La mostra

Introduzione di Simone Zoccheddu

LA PITTURA ATTRAVERSO L’ARCHITETTURA
 

La figura dell’architetto così affine a quella dell’artista, risulta comprensibile ai più attraverso la realizzazione di opere e prodotti che in un modo o nell’altro sanno incuriosire, capaci di velarsi di una morbida ambiguità saltano all’occhio, attirano l’attenzione di chi -in modo fuggente- guarda (e sovente non capisce). Spesso, accomunando le due figure, questi vengono tacciati, dall’opinione pubblica, di egocentrismo, di autoreferenzialità, di indifferenza ad un contesto che pone domande ma non riceve risposte, tanto meno da loro che all’immediata funzionalità delle cose non ci pensano mai. A caricarsi del fardello di questo giudizio è quasi sempre l’opera dell’architetto, o dell’artista, che in un modo o nell’altro, essendo muta per natura, riesce a scuotere il giudizio estetico degli osservatori, i quali, inconsapevoli del proprio ruolo, accedono al farsi dell’arte. Qualcuno, non troppo tempo fa, ha pensato di figurare l’architetto come sismografo, rendendo ben significante e comprensibile i legami che lo stringono al mondo dell’arte e con questo a quello della fisicità, dell’attualità, dell’immediatezza degli eventi che si addossano su noi travolgendoci. Credo che entrambe le figure rivestano un ruolo di nervo scoperto della società, una sorta di enclave all’interno della quale rimane protetta la regione di pensiero autocritico, ed assieme costruttivo, che ogni società sa mantenere e trasmettere come valore estetico. Un mestiere il loro in cui si mescola conoscenza oggettiva e soggettiva, teorica e pratica, istintiva e razionale, nel quale si cerca di mantenere un valore della presente esistenza ma anche della storia, che del mestiere ha dettato strumenti, principi, finalità ed elementi. L’architettura, la scultura, la pittura, così come la musica e gli altri linguaggi che all’idea dell’arte si rifanno, vivono di una costante contaminazione che proviene dal mutare del mondo esterno, dalla costante re-interpretazione delle vicende che esso è capace di realizzare lasciando fluire la vita in tutte le sue forme. Il farsi dell’arte rimane però lontano da questo moto, come una corrente nell’oceano attraversa il comune pensiero, risolvendosi costantemente in nuove forme, in nuovi procedimenti, attraverso nuove tecniche,
influenzando vicendevolmente i campi disciplinari in cui essa si sublima. Per un architetto la porta è un attraversamento e deve esistere, un muro è un limite e deve esistere, un solaio un riparo od un attraversamento ed anch’esso deve esistere: in una logica di salvaguardia dei principi e dell’identità, la variante del mestiere è nella modalità formale e combinatoria di un linguaggio già esistente. Oggi come cinquecento anni fa, il mestiere dell’architetto usa gli strumenti della luce, della massa e dei corpi, del colore e della materia, al pari dell’artista si esprime attraverso la composizione di elementi già esistenti e possibilmente esistibili verso nuovi orizzonti percettivi, nutrendosi di esperienze e suggestioni non possibili a tutti. Quasi nell’intenzione di fondere le due figure dell’architetto e del pittore, sublime è la definizione di Leon Battista Alberti che attorno al XV sec. delinea così il nuovo uomo dell’arte:
“tettore-invece- chiamo io colui che saprà per mezzo di certe e meravigliose ragioni e regole con la mente e con l’animo divisare e con l’opera recare a fine tutte quelle cose le quali mediante movimenti di pesi, congiungimenti ed ammassamenti di corpi si possono con grande dignità accomodare all’uso degli uomini.”

Simone Zoccheddu
Direttore artistico del Museo di San Pietro

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