La mostra
Introduzione di Giovanni Zavarella
La bellezza è l’esigenza del cuore e della mente, della ragione e del sentimento.
E’ la voce dell’anima. Per alcuni.
Della natura per altri.
Non vuoto ornamento ma essenza della vita.
Non cascame formalistico che persegue l’apparenza.
Anzi tutto ciò per ricordare di essere.
E’ il pane di tutti gli uomini di buona volontà.
Con essa l’homo sapiens riesce a vanificare le ambasce del quotidiano.
Abbattere l’orrore della violenza. Respingere con la sua luce l’ombra del relativismo e dell’utilitarismo radente. Solo allora l’uomo ama. La beauté pour la beauté, non per l’effimero e l’evasione, ma svelare il mistero dell’uomo nell’aiuola di memoria dantesca.
Di conseguenza e non di rado lo fa esclamare: ergo sum.
La bellezza delle parole sertate, la bellezza delle note in pentagramma, la bellezza dell’immagine pittorica nella tavolozza, sono (non i soli) i perfettibili attributi sapienziali dell’uomo in cammino verso la Verità. Che per sua natura non è esclusiva della creazione secondaria, affidata dal Creatore alla creatura. Peraltro non valore aggiunto al soggetto e all’oggetto, ma semplicemente sostanza indispensabile perchè si ottenga assenso e adesione. Con una sorta di trasfigurazione di una risonanza emotiva di ciò che urge entro e fuori l’Io.
Senza il sogno della bellezza, la speranza dell’uomo, precipita nel nihilismo esistenziale. E rinuncia colpevolmente alla sindrome del ‘ sublime stendaliano’. La bellezza va intesa non con le categorie estetiche, come si trattasse di fotogrammi in successione, di scomposti frammenti, disgiunti dall’unità. Ma soprattutto la si deve ricercare in ogni attualità creativa dell’uomo. E nulla e niente impediscono al geometra, all’ingegnere e all’architetto di coniugare alla professionale quotidianità il valore aggiunto della bellezza. Chi ha ricevuto il talento di non accontentarsi di una semplificata manualità progettuale può intercettare nel bisogno delle bellezza, quel pizzico di genialità che rende l’ordinario straordinario. La ricerca e/o la consapevolezza del bello possono conferire ad un progetto quel ‘quid’ in più che può dare un’anima artistica ad una trave in cemento armato, ad un arco a tutto sesto, ad una soluzione architettonica. Scegliendo nello spazio, apparentemente indeterminato, forme e colori che si declinano con la panicità dell’intorno, grazie alla sensibilità valoriale, laddove, per dirlo con Gavino Ledda, anche il silenzio parla. Il geometra, l’architetto, l’ingegnere devono attivare la cultura dell’ascolto e dell’auscultazione, dell’osservazione del passato e del presente, dell’edificato antico e moderno, perché è indubbio che la valenza estetica di un’opera non è assolutamente negata dall’insorgenza ideativa in funzione di una finalità.
Non tanto per gratificare il narcisismo e il nanismo fattuale, quanto invece per coniugare il particolare costruttivo nella incommensurabile ‘ragnatela’ cosmica. Per tutto e tutti declinare sia nell’immanenza che nella metafisica. E per penetrare i segreti di quella realtà che noi semplicisticamente riteniamo inanimata. Forse per pochezza intellettiva e per scarsità strumentale. Ma che invece parla da sempre e per sempre agli artisti. Con la necessità di trasfigurare l’urgenza dell’anima in una composizione pittorica che non può che concorrere ad affinare la sensibilità professionale che sovente nel tempo moderno trova anche esplicitazione reale in opere d’arte (pitture, sculture e progetti architettonici), in ingressi e in affreschi, e perché no, in strade, ponti e viadotti che furono tanto cari alla cultura rinascimentale, laddove ‘ lo spazio’ abitativo, non era solo il ‘ricovero fisico’, ma anche culturale ed emozionale. E magari sfidare con forme ardite spazio e tempo, non come Icaro, ma con scienza e coscienza. Consapevoli, come sostiene Stefano Zecchi, che ‘ il rapporto positivo tra arte e scienza è possibile quando il manufatto di carattere scientifico(in senso lato) è progettato per rappresentare anche qualità estetiche. Spesso non le possiede, spesso il progettista, pur desiderandolo, non è stato in grado di dargliele: esattamente come un’opera che intende essere opera d’arte.’
D’altra parte la casa aristocratica (la povera gente aveva, purtroppo, da pensare ad altro) si costruiva con l’intento di aiutare a vivere meglio chi abitava il volume nella sua più ampia accezione del bello, ma anche di stupire l’osservatore che restava affascinato da affreschi che erano dei veri libri aperti sul passato mitologico e storico. Oggi che l’economia consentirebbe una strategia dell’attenzione a rendere l’ambiente più funzionale si fatica a far transitare l’accezione che la qualità dell’edificato non passa solo esaustivamente nella raffinata scienza costruttiva e nello sfruttamento di una avanzata tecnologia informatica, ma che invece bisognerebbe sviluppare anche le scienze ‘ umane e psicologiche’ del bello, magari nell’accezione di immagine e colore, di luce e di sensazioni.
E per dirlo con Stefano Zecchi: ‘ Chi afferma che la bellezza dell’arte presuppone l’inutilità pratica sostiene cosa sbagliata. Sottolineiamo allora un aspetto importante: queste grandi opere – i ponti, nell’esempio – non sono ideate e realizzate come “opere d’arte”, ma sono, appunto manufatti finalizzati ad uno scopo. Eppure abbiamo potuto constatare che è innegabile il loro valore estetico: dunque non è difficile ammettere la presenza della qualità estetica in realizzazioni di carattere ingegneristico e tecnologico’.
Pertanto si deve rendere intelligibili la relazione fra l’uomo e l’ambiente che lo circonda, liberando l’urgenza dell’esplorazione. Per trarre immagini di architetture, rielaborate ed arricchite di luci e movimenti, trasfiguranti corpi siderali che si trasformano in arc – en – ciel tra spazio cosmico e quello umano. Per dirlo con Rudolf Schindler ‘ realizzare il sogno della fusione tra architettura e natura’.
Bisognerebbe prendere in esame non tanto l’abusato refrain di ‘ due cuori e una capanna’, ma almeno non mortificare i sentimenti di chi deve vivere una dimensione di spazio e di tempo con sentimento. E con la consapevolezza che l’attenzione dell’immagine e del colore può aiutare a far crescere meglio le giovani coscienze in fieri, sovente ‘sbarellate’ da un’orgia di bandes dessinèes che ne turbano lo sviluppo con scene dell’orrido e della violenza gratuita.
L’uomo è in cammino. Senza presunzione, senza arroganza, senza superbia. Ma con sempre all’orizzonte la speranza di più e meglio vivere.
Giovanni Zavarella
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